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LA PSICOLOGIA DEI SE’: una possibile visione delle dinamiche (inter)personali

In questo articolo illustro i presupposti concettuali di un orientamento psicologico piuttosto recente (seppur le sue radici affondino in teorie cardine della storia della psicologia): la Psicologia dei Sé. Ho avuto modo di farne conoscenza durante un perfezionamento post lauream, trovandola una voce più originale rispetto alle teorie classiche proposte durante la formazione universitaria. La mia specializzazione si è poi orientata verso un approccio di tipo costruttivista; argomento del prossimo articolo sarà proprio il confronto fra diversi aspetti di questi due ambiti.

La “Psicologia dei Sé” è un quadro teorico che nasce all’inizio degli anni ’70 ad opera di due coniugi americani: Hal Stone (psicoterapeuta di formazione junghiana) e Sidra Levi Stone (psicologa clinica di stampo comportamentista). Inizialmente viene concepito come vero e proprio metodo psicoterapeutico, dotato di tecniche di intervento specifiche. I suoi ideatori però lo hanno col tempo trasformato sempre più in un metodo educativo volto alla consapevolezza di sé e allo sviluppo del potenziale umano.

Le dimensioni chiave di questa struttura teorica affondano le loro origini nei mutamenti socio-culturali e nelle nuove influenze in ambito psicologico proposte già dagli anni ’50-’60:

  • l’importanza del concetto di auto-consapevolezza, portato all’attenzione del mondo occidentale da Freud e integrato dall’interazione con le filosofie orientali;
  • il movimento per lo sviluppo del potenziale umano promosso da Maslow e dalla Psicologia Umanistica;
  • la comunicazione inter e intra personale, riconosciuta come una componente fondamentale delle relazioni umane;
  • il concetto di personalità, intesa sempre più come processo in continuo divenire e non come dimensione statica e monolitica;
  • la conseguente rilevanza attribuita dalla Psicoterapia della Gestalt (Perls) e dall’Analisi Transazionale (Berne) all’espressione e alla drammatizzazione delle varie parti della personalità.

Psicologia dei Sé

Nella visione degli autori infatti, la personalità non è un’entità psicologica unitaria ma un insieme dinamico di sub-personalità in competizione fra loro per ricevere attenzione e soddisfare i propri bisogni. Tali sub-personalità vengono suddivise in due grandi gruppi:

  • i Sé Primari, l’insieme degli atteggiamenti e comportamenti di una persona con i quali essa si è originariamente identificata. Ciò accade perché fin dai primi mesi di vita questi aspetti (ad es. altruismo, disponibilità, autocontrollo) sono stati incoraggiati ad emergere, poiché ben visti dal sistema familiare e dalla cultura di appartenenza. Una sorta di eredità collettiva di valori, modelli di azione e idee circa il genere di persona che “bisogna essere”, allo scopo di potersi garantire la sopravvivenza e una maggiore accoglienza, approvazione, protezione da parte del gruppo di appartenenza. Tali Sé sono soggettivi e differiscono nelle loro combinazioni da persona a persona; possono variare durante la vita e possono inoltre coesistere in uno stesso individuo raggruppamenti di aspetti primari diversi in ambienti differenti (sul lavoro, nella vita di coppia, nel ruolo genitoriale).
  • i Sé Rinnegati, le polarità opposte ai Sé Primari: le sub-personalità che vengono giudicate negativamente dalla famiglia, dalla società e di conseguenza anche dall’individuo (ad es. egoismo, maleducazione, espressione di certe emozioni quali rabbia o dolore) poiché rischiano di allontanarlo dal riconoscimento e dall’accettazione sociale di cui ha bisogno, specie nei primi anni di vita.

L’insieme di tutti i Sé Primari con cui una persona si identifica è denominato Ego Operativo ed è considerato una funzione esecutiva della psiche: è colui che “decide” cosa fare e come farlo, prendendo in considerazione solo le scelte automatiche concesse dai Sé dominanti.

Gli autori affermano che i Sé Primari investono molte energie per continuare a respingere le pulsioni contrapposte dei Sé Rinnegati, che vorrebbero venire alla luce e potersi esprimere liberamente. Essi rappresentano una minaccia all’ordine precostituito, agli schemi di comportamento stereotipati e prevedibili appresi nell’infanzia e messi in atto dalla persona fino a quel momento, fonte di sicurezza e accettabilità ma anche di rigidità e stasi.

Secondo la Psicologia dei Sé, la personalità di un individuo così strutturata è come se venisse espressa parzialmente, riconoscendone e coltivandone solo alcune parti ed escludendone altre che, pur rimanendo apparentemente in ombra, sono comunque attive.Le sub-personalità rinnegate infatti si possono manifestare in molti modi: nei sogni, in momenti di vita particolarmente stressanti o critici o di cambiamento, ma soprattutto nelle relazioni interpersonali intrattenute dall’individuo. Tali relazioni spesso si basano sulla proiezione dei propri Sé Rinnegati su di un’altra persona. Gli autori affermano che

“le persone che scatenano in noi forti reazioni negative sono delle rappresentanti dirette dei nostri Sé rinnegati. Analogamente, le persone verso le quali proviamo una specie di fascinazione incontrollabile, sono anch’esse rappresentazioni dirette delle nostre parti trascurate o soffocate” (Stone H. e S., 2009).

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Riassumendo: per ogni Sé Primario con cui una persona si identifica esiste almeno un Sé Rinnegato di energia uguale e opposta che spesso, non avendo il permesso di manifestarsi, è proiettato sulle altre persone con cui viene intrattenuta una relazione. Fino a quando quel particolare aspetto verrà respinto e non riconosciuto, è molto probabile che continueranno a presentarsi situazioni, incontri, relazioni caratterizzate da quel particolare tipo di energia.

I coniugi Stone non attribuiscono giudizi di valore all’uno o all’altro polo o raggruppamento di Sé (Primari o Rinnegati). Affermano che

ogni nostra energia primaria ci è stata veramente di aiuto fino ad un certo momento e dovrebbe essere onorata come tale, anche se adesso non è più particolarmente utile.

Forse in noi esiste un numero infinito di Sé. Ognuno ha qualcosa da insegnarci. Ognuno arricchisce la nostra percezione del mondo. Quanto più ci coinvolgiamo profondamente con un altro essere, tanto più la relazione sfida un numero sempre maggiore di questi Sé ad emergere in superficie ” (Stone S., 1996).

La proposta degli autori è quella di considerare il potenziale insegnamento che ogni relazione può rappresentare, mettendoci metaforicamente di fronte ad un negativo fotografico di noi stessi e consentendoci di guardare alle parti inespresse della nostra persona che sono state disconosciute e ripudiate in assoluto senza possibilità di appello.

I Sé protettivi

E’ stato detto che il numero dei Sé che possono manifestarsi in ogni persona è potenzialmente illimitato. Inoltre, il fatto che un determinato aspetto o comportamento venga espresso come Sé Primario o rifiutato come Sé Rinnegato è assolutamente soggettivo e derivante dalla cultura familiare e dalla società di appartenenza.

Ciò nonostante, i coniugi Stone ipotizzano l’esistenza di alcuni Sé Primari caratteristici globalmente diffusi, che nascono con la specifica funzione di proteggere il bambino nei primi anni di vita, in cui versa in una condizione di estrema vulnerabilità. Per questo sono denominati Sé protettivi.

  • Il Controllore: nota qual è il comportamento ricompensato dai genitori e quale quello punito, dà senso alle regole del mondo e stabilisce un vero e proprio codice di comportamento per il bambino. Se particolarmente rigido, rende difficile rimettere in discussione il proprio modo di essere.
  • Il Perfezionista: stabilisce gli standard di qualità a cui ogni aspetto della persona deve corrispondere, impeccabili ed elevati su tutti i fronti per evitare le critiche e i giudizi negativi che potrebbero provocare sofferenza. La tolleranza per la fragilità e imperfezione della natura umana è però molto ridotta e ciò può innescare nella persona autovalutazioni molto severe.
  • Il Critico interiore: in stretta collaborazione con il Perfezionista, rileva gli errori e le inadeguatezze dell’individuo prima ancora che possano farlo gli altri, sottoponendolo ad un esame di coscienza preventivo che può metterlo al riparo da ogni dispiacere. C’è il rischio che l’autostima subisca un calo considerevole, tanto da provocare una svalutazione complessiva delle potenzialità della persona (Stone H. e S., 2008).

Questi sono alcuni esempi di Sé protettivi peculiari che, se utilizzati in modo proficuo, possono aiutare durante la crescita, la conoscenza del mondo e la formazione della personalità. Al contempo, se esercitano un controllo globale sul comportamento, possono impedire alla persona di fare esperienza nella totalità dei suoi aspetti anche negativi, imperfetti e contraddittori, non rischiando nulla al di là di ciò che è conosciuto e familiare, quindi rassicurante.

Voice Dialogue - Mandala

La tecnica del Voice Dialogue

Gli Stone propongono un processo di intervento a più livelli denominato Voice Dialogue (Dialogo delle Voci). E’ una tecnica che permette di sperimentare e conoscere, in un ambiente protetto e sicuro, quali sono gli aspetti dominanti e rinnegati di una persona, quali meccanismi ripetitivi inducono a mettere in atto e cosa si può fare per consentire alle parti sommerse di venire in superficie. Tutto ciò attraverso la guida di uno psicoterapeuta, un facilitatore o un counselor appositamente formati.

Il primo passo è quello di affinare progressivamente una “visione lucida” della propria condizione, sinonimo di autoconsapevolezza. La visione lucida consente di percepire in maniera più imparziale i diversi aspetti caratterizzanti di se stessi e del proprio ambiente, divenendo maggiormente consci delle origini dei propri Sé Primari e Rinnegati e imparando a dis-identificarsi da essi.

Successivamente è importante concedersi di fare “esperienza” dei propri Sé, ovvero far manifestare in vari modi le sub-personalità: sia quelle primarie e dominanti con cui la persona si è identificata, sia quelle rinnegate che sono state messe a tacere e che cercano un canale di espressione delle loro esigenze. Ascoltando le motivazioni e le richieste di tutte, sarà possibile comprendere maggiormente le origini di certi comportamenti e lasciare sempre più spazio a quei Sé Rinnegati inizialmente considerati pericolosi, senza che costituiscano una minaccia per la propria personalità.

In ultima analisi, la tecnica propone un graduale passaggio da un Ego operativo (l’insieme di tutti i Sé Primari con cui una persona si identifica) a un Ego consapevole. Per quest’ultimo si intende un processo di consapevolezza in continuo divenire, in grado di accogliere contemporaneamente vari Sé senza giudicarli (ad es. il Sé attivista e quello pigro, il Sé altruista e quello più egoista). L’Ego consapevole è capace di gestire la tensione fra gli opposti e di operare delle scelte senza privilegiare o penalizzare a priori nessuna sub-personalità. La possibilità di essere in contatto con tutte e due le polarità che costituiscono i Sé Primari e i rispettivi Sé Rinnegati, senza che una predomini sull’altra, permette di compiere scelte più efficaci e versatili nelle differenti situazioni quotidiane e di dialogare in maniera più fluida e libera sia con se stessi sia con gli altri.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Stone, H. & S. (1996), Il Dialogo delle Voci, conoscere e integrare i nostri Sé nascosti. Amrita Edizioni, Torino
  • Stone, H. & S. (2006), La coppia viva, come prendersi cura di sé e dell’altro per crescere insieme. Edizioni Crisalide, Latina
  • Stone, H. & S. (2008), Il critico interiore. Mai più contro noi stessi! Macro Edizioni, Cesena
  • Stone, H. & S. (2009), Tu e Io: incontro, scontro e crescita nelle relazioni. Xenia Edizioni, Milano

IMMERSI NELLA NARR-AZIONE: la fiaba come strumento di conoscenza di sé

“Nelle nostre storie spingiamo noi stessi verso il divenire qualcosa di diverso da quello che siamo: impariamo ad anticipare e sperimentare possibili scenari futuri e a conquistare la visione di dove siamo stati” (Mair, 1987).

fiaba

Quanti “c’era una volta” ci consente di creare la vita? Quante e quali storie e differenti narrazioni possiamo scegliere di raccontare a noi stessi e agli altri su ciò che ha costituito la nostra esperienza passata e che, a seconda della chiave (di lettura e di scrittura) che vogliamo dargli, informerà la nostra esperienza futura? Domande retoriche forse, alle quali risposta non c’è… o meglio, ce n’è più d’una. Proprio questo è l’aspetto interessante.

Miller Mair, nell’articolo “Kelly, Bannister e una psicologia che racconta storie” (1987), afferma che

“I racconti sono l’utero della personalità, ci costruiscono e ci demoliscono. Ogni volta che scegliamo di raccontare una storia, noi diventiamo le nostre storie”.

Le studiose Ilaria Grazzani Gavazzani ed Elena Calvino (2004) aggiungono: “Alla base dell’interesse sempre più diffuso per la narrazione in ambito psico-educativo e terapeutico vi è l’assunzione condivisa (in psicologia, sociologia, antropologia…) che raccontare storie, sia di finzione sia riferite a eventi personalmente vissuti, costituisca un potentissimo strumento culturale al servizio delle numerose interazioni interpersonali della vita quotidiana”. Non solo: le autrici proseguono affermando che ciò che viene costruito attraverso la fiaba non è tanto una rappresentazione delle informazioni su di sé, quanto l’esperienza personale delle stesse. E tale costruzione non avviene in una mente isolata ma “in virtù di pratiche linguistiche culturali condivise”. Allo stesso tempo

“Il significato della narrazione risiede nel particolare punto di vista di chi la interpreta, non è univoco o dato una volta per tutte ma costruito attraverso processi interpretativi”. 

Trasponendo il concetto di storia di vita al racconto letterario, le riflessioni sono analoghe e i due ambiti risultano strettamente interconnessi.

“Le fiabe, i miti, le novelle, i racconti, parlano di noi, della storia dell’uomo, della vita di tutti i giorni così come di eventi straordinari. E lo fanno attraverso un linguaggio metaforico, fiabesco per l’appunto, che tutti sanno capire fin da piccolissimi, poiché queste trame narrative rappresentano un patrimonio multiculturale universale” (Oliverio Ferraris, 2005).

libro

FRA SIMBOLI E ARCHETIPI CULTURALI

Il mondo della fiaba costituisce uno dei primi tramiti simbolici di possibile comprensione della realtà a cui accedono i bambini, che riconoscono piuttosto facilmente nell’eroe o nella principessa, nel castello incantato o nella casetta nel bosco, una sorta di metro di misura familiare per relazionarsi con l’esterno, immedesimarsi di volta in volta in ruoli differenti e riconoscere gli stessi ruoli negli adulti che li circondano.

In ogni fiaba ricorrono modelli semplici da individuare: il buono e il cattivo, la sfida da affrontare da soli o assieme a fidi aiutanti, la vittoria del protagonista e la sconfitta dell’antagonista. Queste linee guida che caratterizzano la maggior parte della narrativa non sono solamente codici letterari ripetitivi e standardizzati. Costituiscono il fulcro su cui si regge l’intera struttura della fiaba e soprattutto la sua funzione fondamentale: rappresentare allegoricamente gli avvenimenti della vita per mezzo di un linguaggio intellegibile ai più piccoli” (Zoppei, 2003).

Ogni fiaba presenta una situazione iniziale in cui i personaggi vivono in un equilibrio momentaneo; sviluppa poi un problema, un’impresa, una prova da superare; poco a poco sviscera le differenti possibilità, anche le più ingegnose e magiche, che portano quasi senza dubbio ad una soluzione positiva del problema e ad una condizione inevitabilmente diversa da quella di partenza (non fosse altro per l’esperienza attraversata) e molto spesso migliore. Questo processo, oltre ad essere un piacevole passatempo, può condurre il bambino ad interrogarsi sulle sue stesse avventure, vicende, problematiche quotidiane e consentirgli di sperimentarsi con speranza di riuscita, per venire fuori con successo da situazioni a volte difficili o dolorose.

I bambini sono esortati ad essere creativi ed inventivi nel gestire i loro problemi e difficoltà […] permettendosi di esplorare variazioni ai loro punti di vista e comportamenti abituali attraverso l’immedesimazione nei personaggi della fiaba” (Freeman, Epston, Lobovits, 1997).

NON SOLO PER BAMBINI…

La fiaba può risultare uno strumento altrettanto utile da impiegare anche con gli adulti. Certamente con loro il tipo di attività da proporre è diverso: pensando ad esempio ad ipotesi di lavoro in ambito terapeutico, accade molto più frequentemente che al posto della fiaba tradizionale (già colma di figure archetipiche e di significati) venga utilizzata una fiaba inventata ex novo dalla persona. Nei suoi libri Guarire con una fiaba (2008) e Come raccontare una fiaba…e inventarne cento altre (2004), Paola Santagostino afferma che la fiabazione è utile come strumento conoscitivo sia per il paziente che per il terapeuta, sia per il bambino che ascolta o inventa la storia, che per l’adulto che lo accompagna in questo viaggio.

La fiaba parla dei perché, parla sempre del significato di ciò che accade”, descrivendo allegoricamente le connessioni logiche e le spiegazioni che attribuiamo agli eventi.

L’autrice prosegue con l’ipotesi-guida del suo lavoro: la fiaba che un soggetto inventa in un dato momento della sua esistenza vissuto come particolarmente problematico, potrebbe avere un’attinenza con quanto gli sta accadendo nella vita e con il modo in cui se lo spiega. Potrebbero allora generarsi storie che si interrompono bruscamente, che non riescono ad andare avanti, non a lieto fine, testimonianza non tanto dell’esistenza di difficoltà in sé, ma dell’incapacità momentanea del protagonista di superarle.

capitolo 

NARRAZIONE E VITA

Quando parliamo di favole, fiabe, miti, leggende… spalanchiamo mondi che non appartengono solo alla fantasia, ai racconti della buona notte, come siamo forse abituati a pensare. Ci addentriamo bensì nel cuore delle storie dell’umanità, delle biografie del mondo e delle auto-biografie dei suoi abitanti. Il plurale è assolutamente voluto: nonostante si possano riscontrare tratti, scenari, personaggi, origini e significati comuni e ricorrenti nei vari racconti di epoche e culture decisamente lontane, ogni storia è a sé, è leggermente diversa, è frutto della creatività di un singolo o di un popolo. Soprattutto: ogni storia può essere scritta e letta di nuovo da un punto di vista diverso, può venire modificata e assumere sfumature che gettano su di lei e sugli autori luci e sguardi che prima non c’erano, potenziali generatori di nuove storie…e così via. “Le narrazioni possono creare nuove realtà ed edificare ponti di significato inesistenti prima” (Freeman, Epston, Lobovits, 1997).

La fiaba quindi può essere qualcosa di più di un intrattenimento serale per piccoli e grandi: può facilitare ad approcciare un eventuale problema da un’angolatura differente e aiuta a sfruttare in pieno la creatività nel cercare le soluzioni. Fa uscire per un momento dagli schemi logico-razionali privilegiando un altro livello, quello fantastico, in cui è possibile avere intuizioni, scoprire soluzioni non pensate prima, possibili ed applicabili. Non si tratta di una mera interpretazione dei simboli a livello archetipico o mitologico, ma della comprensione profonda del significato che quella fiaba ha in quel momento per l’individuo che l’ha creata o che desidera ascoltarla.

“L’immaginazione favorisce un ampliamento degli orizzonti: consente di rappresentarsi le cose non solo come sono ma anche come potrebbero essere, permette di esaminare virtualmente un avvenimento ed anticipare quali potrebbero essere reazioni e conseguenze, facilitando la presa di decisione. Certo la realtà è diversa dalla finzione, ma immaginandosela (anticipandola) il bambino (e l’adulto) si prepara ad affrontarla” (Oliverio Ferraris, 2005).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Freeman, J., Epston, D., Lobovitz, D. (1997), About Narrative Therapy with children. In www.narrativeapproaches.com
  • Gavazzani, I., Calvino, E. (2004), Competenze comunicative e linguistiche. Aspetti teorici e concezioni evolutive. Franco Angeli Editore, Milano
  • Mair, M. (1987), Kelly, Bannister e una psicologia che racconta storie. Traduzione italiana di E. Minissi. Intervento presentato al VII Convegno di Psicologia dei Costrutti Personali, Memphis, Tennessee, U.S.A.
  • Mair, M. (1988), Psychology as Story Telling. In International Journal of Personal Construct Psychology, London
  • Oliverio Ferraris, A. (2005), Prova con una storia. Fabbri Editori, Milano
  • Santagostino, P. (2004), Come raccontare una fiaba…e inventarne cento altre. Red Edizioni, Milano
  • Santagostino, P. (2008), Guarire con una fiaba. Usare l’immaginario per curarsi. Feltrinelli Editore, Milano
  • Zoppei, E. (2003), Laboratorio di lettura. Metodi e tecniche di animazione del libro Mondadori Editore, Milano

CHE FATICA RILASSARSI! – Esperienza e riflessioni #Parte2

Nel post precedente ho condiviso qualche considerazione su come, a volte, prendersi del tempo per se stessi non sia così automatico e semplice come ci anticipiamo. Possono esserci molti aspetti di noi e del nostro stile di vita, utili e sensati per noi, che in qualche misura intervengono nel momento in cui decidiamo di rilassarci, di “staccare” appunto dalla routine, tanto faticosa quanto, in certi casi, rassicurante e prevedibile.

Sono molte le domande e gli spunti di riflessione sorti in merito, sicuramente ne avrete aggiunti di vostri.

In questa seconda parte dell’articolo non vado in cerca di risposte preconfezionate, soluzioni semplici o ricette uguali per tutti per riuscire a raggiungere la pace dei sensi!

Corsi di yoga e meditazioni guidate, splendidi mandala da colorare, esercizi di respirazione e visualizzazione… e molte altre proposte, sono validissime alleate per incrementare la nostra capacità di concentrazione e rilassamento.

50 modi di prendersi una pausa

La mia idea di partenza è: ognuno di noi vive esperienze magari simili ma attribuendo significati potenzialmente molto diversi; ognuno di noi può esplorare le strade più affini a sé e alla sua storia per apportare dei cambiamenti nella sua vita.

Ed è in questa complessità che possiamo provare a riconoscere la nostra unicità e a rispecchiarci negli altri.

Partendo da questo presupposto, propongo quindi una mia esperienza diretta: un esperimento recente che chiamerei “tentativo di concentrazione e rilassamento”.

Lo scenario è molto semplice: attività sportiva, esercizi piacevoli ma conosciuti e ripetitivi, ormai da tempo archiviati nella sezione “abitudine”. Istruttore che ogni tanto controlla e scandisce il ritmo. Tutto regolare, fino a quando inaspettatamente accade proprio il passaggio di cui parlavo nel primo articolo: mi accorgo di essere profondamente distratta, sto andando in automatico senza pensare a ciò che faccio, eseguendo meccanicamente dei movimenti ma priva di concentrazione su di essi e su di me in quel momento. La mente è piena di altri pensieri.

La cosa se da un lato non mi stupisce, mi rattrista. Sento che ci sono per metà e che sto “perdendo” qualcosa: la concentrazione sul mio presente, la consapevolezza del mio corpo in movimento, la possibilità di conoscermi ancora e di scoprire qualcosa di me… e il beneficio che quel tipo di attività può donarmi se la esercitassi con tutta la mia persona.

homer, pensieri

Le possibilità che immediatamente mi si aprono davanti sono almeno tre (immagino ce ne siano molte di più):

  • prendo atto della cosa, ma lascio tutto com’è, gli altri pensieri hanno la precedenza;

  • mi impegno con tutta me stessa nel prestare la massima attenzione agli esercizi per il resto della lezione;

  • escogito un atto creativo.

Ognuna di queste scelte ha significati e motivazioni dignitosi e comprensibili, non ce n’è una migliore di un’altra. Si tratta di comprenderne il senso e l’utilità personali in quel momento e decidere quale percorso si vuole provare ad intraprendere.

Nel mio caso, ho focalizzato chiaramente che:

  • non volevo ignorare la consapevolezza a cui ero giunta;

  • al contempo, se mi fossi imposta un compito di concentrazione e rilassamento “estremi” (ovvero l’opposto della distrazione di prima) sarei probabilmente scivolata molto presto in uno stato di difficoltà diffuso che mi avrebbe fatto desistere.

Ho optato per l’atto creativo. Molto semplice forse, ma con risvolti curiosi.

Per aiutarmi a concentrare la mia attenzione nel qui ed ora ho cominciato, in maniera istintiva e spontanea, ad abbinare ad ogni movimento uno scenario in cui collocarmi, un’immagine molto vivida nella mia fantasia.

Ad esempio: se l’esercizio prevedeva di allargare le braccia di lato e muoverle con gesti ampi dall’alto al basso, ho immaginato di librarmi in volo sopra una grande città, ricordandomi di un bellissimo sogno di qualche tempo fa in cui avevo vissuto questa esperienza.

Quando il movimento delle braccia è diventato simile al gesto di un vogatore, dal cielo sono passata ad una barca su un lago di montagna, visitato anni prima.

Nel momento in cui sono state le gambe a lavorare, mi sono ritrovata immersa prima nel blu profondo del mare, simile ad un sub in risalita da un’immersione. Poi nel nero di un cielo notturno cosparso di stelle, schivandone alcune particolarmente luminose!

E così via…

pescare il futuro

All’inizio non è stato facile: la tendenza alla distrazione era comunque forte e più volte ho compiuto lo “sforzo di rilassarmi”, di tornare al presente. Man mano che l’esperimento proseguiva, è aumentata la confidenza con quel tipo di visualizzazione.

Puri esercizi mentali? Credo di no. Cosa “altro” è accaduto?

Innanzi tutto, a differenza di altre lezioni, mi sono davvero divertita!

In secondo luogo ho riabbracciato ricordi e sensazioni molto piacevoli del mio passato ed ho realizzato fantasie buffe simili a quelle dei bambini, che mi hanno restituito un senso di leggerezza e possibilità.

Ho inoltre percepito vividamente che il mio corpo, incuriosito anch’esso dall’esperimento, si è “impegnato” nel sostenerlo, ha lavorato con precisione e focalizzazione.
E alla fine della sessione, osservandomi, anche i gomitoli di pensieri sulle cose da fare si erano effettivamente presi una piccola pausa. Alcuni di essi, magari i più semplici, si erano perfino un po’ sbrogliati.

Non “gridiamo al miracolo facile”! Tutto ha poi ripreso a scorrere in modo simile a prima. Ma attraverso questa piccola esperienza ho verificato che permettersi di restare con se stessi in maniera ampia e completa, rilassarsi e concentrarsi sul presente, non significa necessariamente rimanere indietro sulla tabella di marcia.

Può anche aiutare a riorganizzare creativamente quella stessa tabella: proprio come accade quando ci svegliamo al mattino avendo avuto un’intuizione notturna su un problema del giorno prima! Favorire “il vuoto” permette di “riempire” nuovamente.

Riprendo la considerazione conclusiva del primo post: l’esperimento in questione mi ha aiutato a osservare cosa cambia dentro di me nel momento in cui provo a “muovermi diversamente”. Può essere un esempio concreto, sicuramente diverso per tutti, di come partendo dal quotidiano, dall’apparentemente “semplice”, sia possibile addentrarsi in esplorazioni ben più ampie e con un riverbero significativo nella vita di tutti i giorni.

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